La storia del wing foil

Non è per niente facile fissare un punto di inizio per raccontare la storia di questo giovanissimo sport che sembra volersi imporre come connubio perfetto di tutte le discipline da cui deriva. Per capire bene l’evoluzione che ha subito tanto l’attrezzatura quanto l’approccio dei praticanti, occorre separare le parti di cui è composto un wing foil moderno:

1 – La vela

2 – La tavola

3 – La pinna

La prima “VELA wing” è nata molto prima del kitesurf e forse prima ancora del windsurf. L’inventore stesso della tavola a vela (Jim Drake) aveva capito che la chiave di tutto era nel cosiddetto boma a “wishbone”, cioè un meccanismo che collegasse in maniera flessibile la tavola al sistema di governo della vela, cioè il boma. L’ispirazione gli venne pensando proprio all’osso dello sterno di molti uccelli, che ha una forma a “Y”. I Paesi anglosassoni usano – nel gergo comune – il termine “wishbone” per identificare quest’osso in virtù del fatto che è diffusa tradizione ritenere motivo di fortuna ritrovarselo tra le mani ancora intero mangiando pollo o tacchino; la prassi vuole che si debba spezzare l’osso esprimendo un desiderio (da qui il termine “wish” = desiderio e “bone” = osso) oppure porgere un’estremità al commensale, che potrà altrettanto formulare silenziosamente il proprio desiderio; il maggior buon augurio sarà riservato a chi rimarrà in mano il pezzo d’osso più lungo che comprenda il nodo da dove parte la biforcazione.

Insomma, le prime vele da windsurf non erano altro che vele da wing (non gonfiabili) a cui mancava il necessario (?) collegamento alla tavola e che, alla presentazione del brevetto, avevano finalmente raggiunto il compromesso di essere inferite su un albero che veniva poi letteralmente legato al boma. Praticamente il “wishbone” veniva realizzato con due pezzi distinti. Successivamente, il tedesco Ulrich Stanciu (uno dei pionieri del windsurf) provò a realizzare una vela simmetrica, sempre non gonfiabile, che assomigliava davvero molto alle vele da wing foil moderne. Forse è proprio lui il vero padre naturale del wing. Dopo un periodo in cui il windsurf era ormai un divertimento di dominio pubblico, apprezzato da un significativo numero di praticanti, Tom Magruder riprese in mano l’idea di una vela simmetrica collegata alla tavola per mezzo di un doppio snodo. Era il 1985 e la sua invenzione si chiamava “Wind weapon”.

Ancora non si parla di strutture gonfiabili, né tantomeno di “foil”, montati sulle TAVOLE. Però ci sono alcune aziende che provano ad applicare il concetto di una vela simmetrica, da tenere in mano e non collegata a tutto il resto dell’attrezzatura, ad altri sport già affermati. Siamo nei primi anni ’90 e fa una timida apparizione il “wing skate” (anche nella versione “mountain skateboard”) insieme al “wing roller”, ossia una vela wing utilizzata per muoversi con i rollerblade ai piedi. Per non parlare delle applicazioni scandinave agli sport su ghiaccio/neve (pattinaggio, snowboard, sci). Questi sport non prendono piede, pur rimanendo tuttora praticati nei Paesi con alte disponibilità di distese di ghiaccio o pianure innevate. Qualche artigiano propone versioni delle vele con strutture parzialmente gonfiabili, ma quello che manca è ancora l’abbinamento e lo scenario giusto per fare il salto di qualità: il mare.

Paradossalmente, il concetto di “PINNA foil” – ossia di un’ala immersa in un fluido che genera portanza sfruttando il flusso laminare dell’acqua attorno al suo profilo – è un concetto molto antico. La nascita dell’hydrofoil infatti la dobbiamo ad un francese, Emmanuel Denis Farcot che, nel 1869 realizzò una barca dalle spiccate doti di velocità dovute agli hydrofoil montati ai lati dello scafo. All’appello degli sperimentatori della portanza generata dai profili alari in acqua, non mancano i fratelli Wright (tra i primi a far volare oggetti più pesanti dell’aria) che, nel 1896 costruirono un catamarano con i foils.

Nel 1960 la Royal Navy Canadese progetta il suo “Hydroptère” (Idrottero), una sorta di trimarano con foils laterali. Nel 2009 l’Hydroptère moderno (riprogettato con nuovi materiali) raggiunge la velocità di 51,35 nodi (95km/h) diventando la barca a vela più veloce del mondo sulle distanze di 500 e 1000 metri.

A partire da questo periodo, i foils vengono applicati ad ogni struttura planante, diventano particolarmente popolari. Se ne vedono ovunque: foil wakeboard, foil windsurf, foil kitesurf, foil surf. Ognuno sviluppa e migliora le performance delle “ali subacquee” finché non si raggiunge il compromesso migliore nelle pinne hydrofoil per il wing surf.

Cosa è successo nel frattempo all’evoluzione delle vele e delle tavole?

Sono in molti ad aver pensato di utilizzare un longboard da surf per spostarsi su uno specchio d’acqua con l’aiuto di una pagaia. Lo Stand Up Paddling (SUP), negli anni dopo il 2000 è ormai una realtà affermata e l’abbinamento tra SUP particolarmente leggeri e non troppo voluminosi con una vela wing simmetrica gonfiabile lascia immaginare il futuro. Le tavole però sono ancora troppo pesanti e anche il divertimento latita. Ci sono SUP con i quali raggiungere e affrontare onde sicuramente molto interessanti, ma serve un’attrezzatura adatta ad essere spinta dal vento, senza fare troppa fatica. Eppure l’anello mancante già esiste: è proprio il foil. Così, nel 2018 a Maui, Flash Austin (pioniere del kitesurf) è uno dei primi a fare “SUP foiling with a wing”, cioè uno stand up paddle con pinna foil mosso da una vela wing (ancora senza i classici tubolari gonfiabili odierni). Ci si potrebbe aspettare un successo enorme di quella novità e invece no. Neppure uno dei primi progettisti di ali completamente gonfiabili, Ken Winner, può dire di aver ottenuto soddisfazione da quella sua intuizione. Il suo prototipo non interessa a nessuno. Agli occhi dei kitesurfisti/windsurfisti/surfisti non è uno sport abbastanza radicale. Sembra non si possa fare nulla di spettacolare o di adrenalinico. Insomma, non c’è l’effetto WOW.

Ma si tratta solo di trovare la giusta vetrina, il canale che possa far incuriosire in maniera contagiosa tutti quelli che vanno già sulle tavole a vela o che vogliono avvicinarsi a questi sport, divertendosi dal primo momento. Nell’autunno 2018, Christine, moglie di Sky Solbach (che lavora per Duotone), pubblica sui social network un video del marito che fa wing foil sulla costa Nord di Maui. Il video diventa virale e tutti guardano sbalorditi le performance che si possono raggiungere anche con quel tipo di attrezzatura. A questo punto inizia la vera e propria febbre da wing foil. Boards and More, gruppo aziendale che comprende i marchi ION, Fanatic, Duotone e SQlab presenta a marzo 2019 la “novità” al meeting dei rivenditori di Tenerife e le riviste di settore, così come gli influencer online, fanno a gara a farsi vedere aggiornati e “sul pezzo” per descrivere quello che è ormai sulla bocca di tutti: il wing foil.

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